Professione Candidato

Il "mestiere" di cercare lavoro

Scritto il: giovedì, 3 novembre 2011 - 23:00:48

Stereotipi

E' in programma in questi giorni, al "Festival Internazionale del Film" di Roma, la pellicola di Roberto Faenza "Un giorno questo dolore ti sarà utile", originale in inglese, durata 99', anno 2011.

Citiamo dalla scheda ufficiale del film: "Tratto dall’omonimo romanzo di Peter Cameron, (...) è il ritratto lieve e appassionato della New York di oggi, raccontato attraverso gli occhi del giovane James (Toby Regbo), in crisi di identità anche sessuale e della sua strana famiglia". Cioè: madre intellettuale plurimatrimoniata instabile; padre seduttore di ragazzine simil-figlie; sorella amante di uomo sposato simil-padre...

Secondo il regista, il protagonista - il più giovane ma paradossalmente il più maturo della combriccola - potrebbe quasi assurgere a simbolo della parte più pura e autentica degli Indignati, farsi dunque portavoce di quel legittimo sdegno dei giovani nei confronti di una classe dirigente adulta che ha portato il mondo contemporaneo allo sfascio, presentando però il conto a chi è venuto dopo.

Un film "politico", lo definisce Faenza, nel senso del suo profondo radicamento nell'oggi, nelle dinamiche di quel "conflitto generazionale" di cui abbiamo già accennato e in cui i ruoli si invertono; in cui i detentori di responsabilità per definizione - gli adulti, appunto - delegano, si distraggono, vogliono dimenticare che il loro turno è già arrivato da un po'... E, per giunta, si attribuiscono nei confronti dei ragazzi un diritto a giudicarli che li svalorizza e li avvilisce.

Questa è una delle possibili letture.

Sarà che personalmente mi trovo su un crinale... Non sono più una ragazza ma non potrei essere madre di una ragazza (cioè, potrei, ma di fatto non lo sono e non riesco a pensarmi tale...): diciamo che, per conto mio, metterei il male in mezzo (sono convintissima, come già ho scritto, che c'è una generazione cui non viene permesso di crescere, ma sono altrettanto persuasa che esista una classe d'età, un po' più attempata - mi si perdonino le generalizzazioni che, come tali, esistono solo perché si possa farne eccezione! - che ha preferito provare a non crescere e ad autoconvincersi che va bene così...).

Sta di fatto che Faenza, che ha 68 anni (e potrebbe tranquillamente essere mio padre) vede i giovani (i giovani-giovani, teen-agers, per intenderci...) come "profondi e sensibili" e pensa che noi, gli adulti, "abbiamo di loro immagini stereotipate".

Questo per dire? Per dire che, nell'anarchia socio-culturale che le crisi epocali sempre causano, tutti noi siamo finiti dentro un processo di ringiovanimento/adultizzazione assolutamente folle e imprevedibile...

Quando mi presento a un colloquio e la selezionatrice ha dieci anni meno di me... ebbene lei è l'adulta e io la giovane e, se è vero quel che dice Faenza, sarò io a dover fare i conti coi suoi stereotipi...

Di più, un'Azienda che assume è sempre "l'adulto", un candidato è sempre "il giovane", in questo gioco di asimmetrie e squilibri...

Provate a pensarci.