Professione Candidato

Il "mestiere" di cercare lavoro

Scritto il: martedì, 22 novembre 2011 - 22:26:26

Le basole del mestiere

Sulla pagina Facebook del movimento Nofreejobs che, in maniera virale, ha raccolto consensi in Rete nell'ultimo paio di settimane, una "fan" solleva una questione interessante: perché - in un contesto sociale in cui in tanti studiamo, pagando profumatamente per farlo, e subito dopo ci offriamo per stage non retribuiti che non ci porteranno a nulla, se non a poter dire di essere stati sfruttati per un tot, perché, appunto, in questo contesto, è così difficile trovare chi voglia fare, gratis, un praticantato di un mestiere percui sarà ben pagato "una volta che avrà dimostrato di aver imparato le basi"; trattandosi nello specifico del mestiere di scalpellino, ci concediamo una battuta, perché è la lettrice stessa che indica il "saper fare una basola" (cioè una lastra, un blocchetto per pavimentazioni) come il parametro per poter affermare: ok, sei capace, ti pago!

Ipotesi: perché c'è da fare sacrifici? tipo alzarsi presto o spostare pesi? perché, di fondo, non c'è voglia di lavorare ed è meglio parcheggiarsi in università?

Qualcuno risponde che non si possono scegliere professione e vita solo perché un certo settore è fiorente; magari non ci si è portati, magari si è invece propensi a studiare, con buoni risultati, e sarebbe un sopruso essere dirottati verso altri mestieri perché, in quegli ambiti, c'è richiesta e in quello che ci appassiona no...

Altri ancora dicono che la logica del "ti pago quando sarai pronto" può preludere a pagamenti nel giorno del mai che, nel frattempo, consentono lo sfruttamento bello e buono della risorsa umana...

Io credo che non ci siano una ragione e un torto: ricordo mesi e anni di levata alle 6 di mattina per infilarmi a mo' di sardina su orrendi treni e metrò, prima per studiare e prendermi il mio strameritato 110 e lode, poi per portarmi sul mio primo, interessante, posto di lavoro, in uno studio editoriale, trovato anche alla svelta... e che però mi offriva un part-time a co.co.co. e ci volevano 3 ore di viaggio al giorno (senza neanche sconfinare di provincia).

Ricordo un anno di mio marito - ingegnere elettrico, licenziato dalla ditta che cedeva il ramo d'azienda al principale concorrente - passato a fare impianti industriali, dai +40° dell'estate ai -2° di un capannone in pieno inverno, stando ben attento a non far trapelare di avere una laurea.

Ricordo che, pur essendo sempre stata una studentessa eccellente, mi è stato insegnato che la gavetta va fatta e serve per il futuro.

Non so che dire a chi, più giovane di me di 10/15 anni, si trincera dietro un "il lavoro va pagato" perché so che, in tante situazioni, questo è un grido legittimo e sacrosanto, in tante altre è manifestazione di arroganza e di un po' di puerilità.

So che la gavetta mi è toccato rifarla più volte, nella mia vita professionale, e in alcuni casi mi è pesato e non l'ho trovato accettabile.

Credo che la confusione e l'ingiustizia dilagante di questo nostro oggi, ci tolgano talora anche la possibilità di avere un'opinione.