Professione Candidato

Il "mestiere" di cercare lavoro

Scritto il: mercoledì, 23 novembre 2011 - 16:21:11

La sfera di cristallo

Io, sinceramente, alla fine del liceo non pensavo proprio a quando avrei lavorato.

Intendiamoci, ho fatto il Classico; e sapevo benissimo che "sarei dovuta andare all'Università". Ma quando ho deciso di fare una Facoltà umanistica è stato semplicemente per andare avanti a studiare quello che più mi interessava: avevo fatto un po' di letture a spulcio, tra Antropologia culturale e Filologia romanza, e volevo portare avanti questi interessi, procurandomi maggior erudizione in materia; per saperne di più, insomma. E con la convinzione che, comunque, sarei approdata a un lavoro in cui fossero serviti cultura e buone capacità d'espressione. Sapevo che non avrei voluto fare l'insegnante, causa la mia poca pazienza e anche un po' di spocchia intellettuale; ma per il resto, pensavo a studiare e stop, neanche fossi stata la fanciulletta di una famiglia bene della borghesia ottocentesca.

Cara grazia che, per una serie di circostanze fortuite, mi capitò di cominciare a far pratica in un ufficio-stampa e di decidermi, pertanto, ad affrontare il praticantato giornalistico: assurta a ruolo di studentessa lavoratrice, mi sono auto-giustificata per un fuoricorso, compensato con la media del 29 e mezzo, e mi sono instradata verso una "carriera" che, vent'anni dopo, mi vede consegnata al precariato perennis, benché - lo ammetto - dia anche qualche soddisfazione di contorno.

Ma quello che ci tengo di più a dire è che, a causa forse di questo mio percorso, ancor oggi mi stupisco positivamente quando parlo con qualche giovane (o con qualcuno che mi racconta il proprio, di percorso) che, dopo il liceo, talora anche dopo le medie, riesce a scegliere di andare a fare, che so?, la scuola di restauro o l'Isef o il logopedista oppure l'ottico o il tecnico di radiologia; o l'orafo o l'ebanista o il pellettiere o, per tornare al post di ieri, lo scalpellino; o il decoratore; o lo chef o il pasticcere o il truccatore o... o... Persone, insomma, che "si vedono" dentro un mestiere, una professione. E non perché ereditino una bottega - come spesso accade ad alcuni artigiani (idraulici, elettricisti, piastrellisti, imbianchini, parrucchieri... mestieri cui è più facile approdare per tradizione di famiglia o nei casi - ammettiamolo - in cui non c'è molta voglia di studiare), ma perché riescono a pensare per sé un percorso professionalizzante, anche impegnativo, anche di studio, ma in funzione di un lavoro.

L'apparente specializzazione di tanti indirizzi di scuola superiore (liceo sportivo, liceo psico-pedagogico, operatore socio-sanitario... e così via), sembrerebbe facilitare questo compito. Ma non è così, perché questi indirizzi hanno perso la chiarezza formativa della scuola superiore d'antan (quando, per intenderci, c'erano tre licei, qualche itis e il resto professionale) e non ci hanno avvicinati di un centimetro a quella visione di un sé professionale - come dicevo prima - che, tuttora, scaturisce soltanto come frutto di un'illuminazione individuale.

Io, col mio 9 in tutte le materie, non ci ero arrivata. Come tanti diplomandi di oggi.