Professione Candidato

Il "mestiere" di cercare lavoro

Scritto il: lunedì, 23 gennaio 2012 - 23:34:56

Madri lavoratrici negoziano...

Alle mamme che desiderano entrare o rientrare al lavoro o, più genericamente, "nel mondo del lavoro" (dopo la gravidanza e il periodo di astensione, obbligatorio - fino al terzo mese del bambino - o eventualmente facoltativo con retribuzione a scalare allo zero - fino all'anno) e che pure sentono anche l'esigenza di avere una certa quantità di tempo da dedicare alla propria famiglia, Maria Cimarelli di Working Mothers Italy ricorda i tre tipi di part-time:

- orizzontale, ovvero con una riduzione orario lavoro (ROL) giornaliera sui giorni lavorativi (tipica la "mezza giornata" o "le sei ore")

- verticale, lavorando a tempo pieno ma per meno del numero massimo di giorni a settimana previsti dal contratto (due su cinque, tre su cinque, quattro su sei...)

- misto, quando i due sistemi si combinano, alternandosi a seconda dei picchi di lavoro periodici, settimanali o mensili.

E fin qui tutto bene, se non che la stessa Cimarelli specifica che l'ottenimento di un part-time è frutto di una conciliazione col datore di lavoro che deve essere consensuale e in base alla quale diritti e doveri delle parti sono gli stessi del full-time, calcolati in proporzione. Tenendo presente, suggerisce l'esperta, "la posizione ricoperta in organigramma aziendale (tipo di contratto, orario di lavoro, anzianità aziendale, qualifica, turni, ruolo e funzione…), gli orari di lavoro auspicati, le criticità attuali di mobilità e servizi alla famiglia (asilo nido, scuole, distanza dal lavoro, ecc..), gli elementi di criticità del modello organizzativo aziendale (tensioni, lacune, disfunzioni…) e il grado di conciliazione già raggiunto nell’impresa (in ottica critica e oggettiva)".

E quindi, verrebbe da dire, basta che l'azienda sciorini una sola criticità insormontabile o non abbia raggiunto un grado di conciliazione soddisfacente, per veder crollare il bel castello di carte dell'auspicato part-time.... sembrando ciò avvenire tanto più, quanto più alte sono le qualifiche e le mansioni.

Se infatti, nel 2011, i contratti part-time ammonterebbero a quasi il 30% del totale dei contratti al femminile, sembra anche vero che è a part-time il 25% dei contratti a termine, per incarichi esecutivi con carattere di precariato.

Difficile, dunque, distinguere tra i due volti del fenomeno part-time: strumento di conciliazione fra compiti famigliari e insopprimibile vocazione professionale (o bisogno di lavorare!), da una parte; mezzo per il mantenimento di un humus di "sottolavoro", poco pagato, poco duraturo e finalizzato alla copertura di incarichi momentanei senza una vera finalità di carriera, dall'altra.

E forse anche - terza lettura - anticamera delle tante "libere professioni" al femminile che vanno comparendo negli ultimi anni e che raccontano storie di ex-dipendenti fattesi insostenibili o co-co-pro estenuate...