Professione Candidato

Il "mestiere" di cercare lavoro

Scritto il: sabato, 28 gennaio 2012 - 16:19:04

Lavoro minorile no. Ma il lavoro giovanile?...

Riprendo al volo questo nuovo post di Propostalavoro innanzitutto perché ha molto a che fare con l'attualità della nuova normativa per i contratti di apprendistato e poi perché rischia di suonare, in alcuni tratti, assai poco politically correct....

Mi spiego: la dottoressa Vellone, che ne è l'autrice, parla di un "si stava meglio quando si stava peggio", ricordando un passato non remoto in cui i bambini imparavano il lavoro da nonni, padri e madri, fin dalla tenera età, promuovendo così il dialogo intergenerazionale, la conservazione dei saperi tradizionali e la strutturazione della propria personalità, del proprio posto nel mondo.

Oggi (ma già da qualche annetto, in verità...), invece, i bambini che non lavorano, i bambini tenuti sotto le campane di vetro del benessere, non solo non imparano nulla di veramente utile alle loro vite e alla collettività, ma anche non si esercitano a conoscere se stessi, a capire i propri interessi e propensioni, non si mettono alla prova e si specializzano solo nel diventare consumatori... spesso annoiati e infelici!

Da mamma, mi verrebbe di esclamare subito, d'istinto, un bel "E' vero!", pensando soprattutto a come io stessa sia stata lasciata libera di studiare e basta ("è quello il tuo lavoro!") fino a ben oltre i due decenni di vita, salvo poi ritrovarmi moglie incompetente su quasi tutto il fronte della vita domestica! (di contro a un marito che, benché laureato a sua volta, essendo uscito di casa a 19 anni, si è da subito mostrato un casalingo perfetto!..... e il gap non l'ho ancora recuperato dopo 11 anni!). Da moglie di un insegnante, poi, conosco fin troppo bene gli effetti nefasti della noia e comprendo lo straniamento di tanti ragazzi per i quali lo studio non è davvero una prospettiva e l'estensione dell'obbligo scolastico non è una risposta...

Eppure sono certa che questo post comporterà una levata di scudi per quella sua "corporatività" implicita: il figlio del contadino a fare il contadino, il figlio del falegname a fare il falegname, al massimo ci scambiamo le botteghe e i garzoni, e via, felici e contenti, a perpetuare la struttura di una società senza trasmigrazioni professionali tra le classi di censo! Un po' "medievale", se vogliamo, pensando anche al figlio del banchiere, a quello del notaio e a quello del farmacista, proprio nei giorni in cui si parla (e si grida) tanto di liberalizzazioni...

Voi che ne pensate?

 

Quando i bambini lavoravano

 

 

Quando i bambini lavoravano

 

Sappiamo tutti come per lavoro umano si intenda l’impiego di energia volto a produrre un bene o un servizio o comunque qualcosa di socialmente utile.

Un tempo, nemmeno lontanissimo, quando eravamo più semplici, meno istruiti, ma molto innamorati della vita, i bambini lavoravano. Gradatamente intorno ai dieci anni i piccoli seguivano le orme dei genitori i quali diventavano maestri d’arte per i fanciulli insegnando loro un passo dopo l’altro la propria stessa arte come se insegnassero un bel gioco. Generalmente il maschio era allievo del padre e la femmina della madre. A volte i giovanissimi chiedevano di poter apprendere un’arte diversa da quella di famiglia, motivo che apriva le porte degli scambi e la collaborazione sociale. Generalmente i figli del falegname, apprendevano il lavoro con il legno, i figli del contadino, apprendevano il lavoro dei campi; i figli del fornaio apprendevano il lavoro con la farina; i figli del sarto la sartoria e così via. L’età dell’apprendimento e della formazione era fortemente improntata sull’impegno ad apprendere l’arte e favorire una buona immagine sociale di se. I piccoli, i giovani durante questo percorso avevano tantissime occasioni di conferme personali, tantissime risposte positive alle loro azioni, ogni piccola e grande conquista era motivo di orgoglio,  prova di  capacità e di valore personale essi apprendevano il mestiere, ma anche il divenire adulti, capaci e responsabili; l’identità personale e l’identità sessuale erano forti e chiare, la depressione giovanile non esisteva. Poi sono arrivati i venti postumi dell’industrializzazione gettando i semi del consumismo. Le arti sono state declassate, ci sono le macchine. La grande corsa nelle città, il posto fisso, i figli a scuola, la televisione e il frigorifero; la pialla dei popoli entrava in azione. I piccoli e i giovani, gradatamente vennero allontanati dal mondo del lavoro, ma anche dalla figura del genitore-maestro di arte e di vita. La comunicazione in famiglia andava in crisi per  poi lentamente scomparire. L’educazione dei figli venne delegata ai media, alla strada, ai compagni. Oggi la legge prevede che il giovane non può lavorare prima dei sedici anni altrimenti è sfruttamento minorile, ma se per caso non è portato per lo studio e visto che fino a sedici anni non ha fatto nulla che cosa potrebbe fare? E intanto lo abbiamo specializzato a consumare, consumare, consumare …. quale unico modo a portata di mano per procurarsi un’emozione o del  pseudo piacere; E i soldi? I soldi da qualche parte escono almeno fino a che ci sono l’esercito di nonni che tamponano e intervengono  a tutto campo, poi si vedrà. Questo fenomeno sociale ha tradito il Lavoro, ha tradito la famiglia, ma soprattutto ha tradito molti giovani costringendoli ad una regressione evolutiva e alla perdita della serenità, abbiamo un esercito di adolescenti ultra trentenni. Quando i bambini lavoravano erano felici e propositivi  oggi, i nostri bambini, riescono ad essere solo occasionalmente contenti.

                                                                                Dott.ssa Elisabetta Vellone