Professione Candidato

Il "mestiere" di cercare lavoro

Scritto il: giovedì, 9 febbraio 2012 - 16:05:46

La parola alle Imprese. Una voce dal SETTORE CALZATURIERO

La controparte di chi il lavoro lo cerca è chi il lavoro lo dà, lo crea: le Imprese.

Facciamo dunque parlare anche loro, diamo voce a chi ha avuto e sta avendo successo, a chi invece ha dovuto pagare uno scotto al cambiamento e alle contingenze economiche, a chi ha scoperto un nuovo modo di concepire e proporre il proprio lavoro... Casi di successi o insuccessi aziendali che ci aiuteranno a capire molte delle dinamiche occupazionali con le quali siamo costretti a confrontarci, quale che sia la nostra specializzazione.

 

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Oggi parliamo con Gigi Perinello e Fabio Travenzoli di Astorflex, azienda del settore calzaturiero di alta qualità, che ha saputo "invertire la rotta" della massificazione, dell'omologazione, dalla corsa al ribasso... optando per il recupero della propria originalità produttiva, scegliendo di produrre in maniera etica, nel massimo rispetto del prodotto, dei lavoratori e dell'ambiente, "scegliendosi" clienti consapevoli come i GAS, i Gruppi d'Acquisto Solidale, e continuando così a garantire e creare occupazione, locale, qualificata e riconosciuta. Con una rinuncia: quella al marchio e alla pubblicità.

D. La vostra Azienda ha una storia un po' particolare, caratterizzata da fasi diverse. Volete raccontarcela? Qual è stato lo "spartiacque" principale? Qual è la differenza principale tra il "prima" e il "dopo" della Astorflex?

R. Astorflex è un'azienda dalla storia come tante, nata perché un artigiano capace, ha messo le proprie conoscenze al servizio di un sistema distributivo che le ha apprezzate fino al momento dell'apertura dei mercati alla globalizzazione. Da quel momento la bravura nello svolgere il proprio lavoro, la funzione propulsiva per il territorio svolta da una piccola impresa, la ricchezza del sapere concentrato nelle maestranze, non ha significato più nulla, eravamo diventati cari. È stato quello il momento del risveglio. Come potevamo essere cari noi se le nostre scarpe uscivano in negozio col prezzo moltiplicato almeno per tre. Fra la nostra remunerazione e il prezzo di vendita in negozio vi era il 250% in più come minimo e a seconda della potenza dei marchi coinvolti nella distribuzione. I tempi stavano cambiando: dovevamo produrre a costi più bassi e non importava dove, come, con che qualità, contava solo il prezzo. Dopo aver delocalizzato una parte della lavorazione senza licenziare nessun addetto in Italia, dopo aver raggiunto livelli di qualità scadenti, continuavamo a trovarci nella condizione di aver un prezzo troppo elevato. A quel punto, ci venne l'idea di realizzare una scarpa con i migliori materiali, i più rispettosi per l'ambiente, tutta realizzata in Italia e con un'attenzione particolare al ciclo produttivo che doveva risultare il più attento possibile all'ecologia del territorio e all'eticità della produzione (rispetto dei contratti di lavoro, assenza di precariato nell'azienda, prezzo trasparente in modo da dichiarare quanto nel prezzo della scarpa è profitto lordo, quanto va destinato alla commercializzazione e mancanza di marchio in modo da non dover caricare costi inutili sulle tasche dei nostri clienti). Con ciò potevamo dimostrare come pur nelle condizioni di costi molto elevati delle materie prime e del lavoro potevamo realizzare un prodotto a prezzo basso ed elevatissima qualità.
I clienti che avevamo scelto erano i GAS, Gruppi d'Acquisto Solidale, una realtà nuova nel panorama economico ma l'unica in grado di poterci aiutare in quanto sorta sulla critica allo stesso sistema che ci stava facendo morire. La reazione dei Gruppi di Acquisto fu subito entusiasmante. Ci diede fiducia e incominciammo con entusiasmo quell'avventura. Da allora sono trascorsi 3 anni, la nostra produzione per i GAS si è attestata sul 20% di ciò che siamo in grado di riprodurre. Avremmo bisogno di allargarla perché la grande distribuzione ci ha ormai abbandonato in virtù delle logiche descritte. Siamo sempre più convinti che un'economia partecipata è la soluzione dei nostri guai produttivi e stiamo tutti i giorni lavorando per arrivare a produrre almeno il 50% della nostra capacità produttiva per il sistema etico. Significa produrre 500 paia al giorno e non è una meta impossibile. In quel modo potremmo continuare a dare il lavoro a tutte le persone che collaborano con noi senza licenziare.
La differenza principale fra il prima e il dopo è la consapevolezza che dobbiamo produrre beni che vengano percepiti dai nostri clienti come proposte innovative non solo dal punto di vista dell'immagine ma anche per il messaggio che portano con sé. Le nostre scarpe sono un prodotto unico e i materiali con cui sono realizzate hanno una storia di amore e responsabilità per l'ambiente. Il modo di proporle è altrettanto rispettoso delle sensibilità e dei bisogni degli uomini che le acquistano. Noi non vogliamo convincere nessuno a comperare le nostre scarpe attraverso un modello di marketing fasullo, che descrive mondi inesistenti e spesso usati come fate morgane che ci allontanano dalla realtà quotidiana. Le nostre scarpe sono oggetti belli, salubri, di qualità e che il mercato convenzionale non può apprezzare perché non si inseriscono nelle logiche su cui è fondato. Non possono essere vendute moltiplicandone il costo per tre o quattro o dieci a seconda della potenza del marchio che le accompagna: non sono sostenute da un Brand, sono caratterizzate da una trasparenza che spesso disorienta ma attrae.

D. Quali sono le conseguenze di questo nuovo modo di produrre e di concepire il lavoro? Ci sono anche degli aspetti negativi? E' un modello consigliabile? Estensibile? Davvero possibile su larga scala?

R. La conseguenza è che noi siamo un produttore che ha bisogno di un cliente consapevole, in grado di fare un percorso diverso dal solito quando acquista. Un cliente che vuole "cambiare il mondo facendo la spesa"! Che capisce che è importante assumersi delle responsabilità condividendole con il produttore. Responsabilità nello scegliere come produrre, dove, a che prezzo e con che materiali. Che apprezza il produttore che si apre al mercato assumendosi la famosa e tanto citata "responsabilità sociale d'azienda", che non è una formula vuota o che serve a incentivare il proprio marketing, ma è un nuovo atteggiamento nei confronti di tutti i soggetti che sono coinvolti nella relazione economica. Ecco perché amiamo pensare a un'economia partecipata.
Questo modello ha molti aspetti affascinanti e positivi: il lavoro rimane nel territorio d'origine dell'azienda produttrice, in quei luoghi si ricerca un sistema di produzione più sostenibile per l'ambiente, si ricercano relazioni di lavoro rispettose dei bisogni e delle vite dei lavoratori che si sentono coinvolti in produzioni virtuose che impegnano l'azienda a dare valore alle professionalità e alle conoscenze locali. Questo nuovo modello esalta la qualità delle materie prime che non vengono scelte usando come unico parametro il prezzo ma la salubrità, l'ecologicità, l'energivocità, non abbiamo bisogno di costosi sistemi distributivi che mortificano il prodotto piuttosto che esaltarlo perché deve costare poco per sostenere le moltiplicazioni di filiera capaci di ammortizzare i costi della distribuzione e del sostegno al marchio. Inoltre questo modello ci permette di difendere le conoscenze e di fare ricerca in modo efficiente e mirato alla difesa dell'ambiente e per rendere sempre più salubri le scarpe. Le caratteristiche che lo rendono interessante sono anche il limite di questo modello. Tutto si sostiene quando la cultura dei clienti è quella critica nei confronti del convenzionale. Quella che immagina un mondo fatto di relazioni dirette, senza mediazioni sia economiche che culturali, in cui si dà importanza al lavoro, al rispetto della terra e in ultima istanza al rispetto per l'uomo.
È comunque un modello consigliabile per le evidenti ricadute economiche e di miglioramento per la nostra società. Noi crediamo molto che sia applicabile sopratutto alle piccole aziende, quelle che sono lo scheletro portante della nostra economia. Un modello che permetterebbe di governare i flussi di prodotto, di non esagerare con la quantità prodotta e di produrre ciò che serve veramente al mercato. La moda come stimolo ai consumi voluttuari verrebbe ridimensionata e assumerebbe il valore di esaltazione della creatività. Verrebbe ridimensionato il sistema pubblicitario che viene pagato completamente dai consumatori e che crea dipendenza.
In conclusione l'economia partecipata è estendibile e realizzabile su larga scala. Noi comunque osserviamo una sempre maggior attenzione a questa soluzione

 

D. In che modo, soprattutto, una simile maniera di operare sostiene e promuove l'occupazione? Quali sono le ricadute occupazionali positive lungo tutta la vostra filiera?

R. Noi, tre anni fa, avevamo problemi a mantenere al lavoro i nostri operai. Poi con questo progetto siamo riusciti a dare sicurezza occupazionale a tutti i lavoratori e anzi ne sono stati assunti. Questo è avvenuto perché chi ci compera le scarpe sa di acquistare un prodotto fatto completamente in Italia, un vero "made in Italy". Il nostro made in Italy è certificato dal fatto che chiunque può venirci a visitare in modo da controllare la fabbrica, dove si svolge la produzione. Può vedere le buste paga dei dipendenti, sul sito ci sono le certificazioni di tutte le nostre materie prime. Può controllare se le sperimentazioni di cui informiamo nel sito, di cui parliamo durante gli incontri serali con i Gas, sono portate avanti in produzione. Verifica sul sito le nostre etichette trasparenti per ogni articolo, potendo così valutare la trasparenza di cui ci fregiamo. La nostra produzione è completamente italiana. Il nostro è un Made in Italy casalingo ma vero e onesto, verificabile.
La vera magia è rappresentata dal fatto che chi opera i controlli è chi usa i prodotti. L'interesse del fruitore è quello che i suoi acquisti devono premiare aziende virtuose e che rispettino gli accordi presi.Non solo, noi opereremmo allo stesso modo nella filiera a monte, richiedendo materie prime eco sostenibili e rispetto di condizioni di lavoro regolate dalle regole che rispettiamo. E così via fino ad arrivare alle produzioni di base quali quelle chimiche e metalmeccaniche.
Un aiuto a pubblicizzare tutti questi sforzi lo potrebbero dare i network dell'informazione, prestando attenzione a tutti quegli operatori che hanno fatto di quest'etica un imperativo nelle loro produzioni. In questo modo il lavoro si crea ed è un lavoro di qualità, rispettoso di regole e pagato correttamente. 

D. Quali sono, secondo voi, le principali criticità della produzione industriale e artigianale in Italia? In cosa sbagliano le Aziende? In cosa sbaglia il sistema? In che modo si potrebbe invertire la tendenza devastante che sposta le produzioni in Paesi lontani, con conseguenze deleterie sui tassi d'occupazione e sulla qualità dei prodotti, senza un vero beneficio nemmeno per le Nazioni in cui le produzioni sono dislocate?
 
R. La risposta a questa domanda è già in nuce nelle risposte già date. Parlando del manifatturiero, le produzioni sono gestite da grandi marchi che governano la distribuzione previa colonizzazione delle nostre menti attraverso la pubblicità. Significa che se riesce l'operazione di farci credere che il marchio è il feticcio assoluto, cui riservare tutta la nostra fiducia, in cui credere ciecamente perché diventa elemento costitutivo ed unico di uno status sociale, noi comperiamo senza mettere in discussione più nulla. Anzi non pretendiamo più alcuna informazione che non sia quella aleatoria dello status a cui accediamo. Non ci interessa più dove viene prodotto l'oggetto che acquistiamo, con che responsabilità sociale, a che prezzo, a che costo per l'ambiente, con quale impoverimento per la civiltà delle nazioni che garantiscono quelle produzioni. Non solo non ci interessa ricevere quelle informazioni ma non ci vengono volutamente fornite dal sistema di vendita: perché non è tenuto a darle e perché non le conosce. Basta la garanzia del MARCHIO unico vero incontrastato garante di tutto. Debord lo definiva "un falso indiscutibile." ed è proprio così che lo hanno concepito.
Il prezzo di vendita nei negozi rispecchia questa teologia, infatti il prezzo è composto di almeno l'80% di costi di distribuzione e costi di gestione del marchio. Quando va bene al prodotto viene riservato il 20% nel quale ci sta tutta la nostra società: il costo del lavoro, delle materie prime, del rispetto per la società e l'ambiente, la difesa della conoscenza e la ricerca; un po' poco per tutto questo! Immaginare una diversa gestione della distribuzione che liberi quell'80% a favore della qualità, del lavoro, del territorio che lo accoglie, della trasparenza del processo produttivo e anche del prezzo finale di vendita non è un'utopia, anzi è una vantaggiosa opportunità per tutti. Noi lo abbiamo fatto e lo testimoniamo.
Purtroppo non possiamo attenderci questo dal sistema della GDO e del MARCHIO, quelli sono sistemi inemendabili e che hanno prodotto i disastri che conosciamo. Solo un'economia condivisa è la soluzione.

D. In che modo dovrebbe agire il Legislatore in questo momento di grandi riforme apparentemente possibili per consentire il diffondersi virtuoso di un modello produttivo come il vostro, anche in quell'ottica di sostegno al lavoro che sembra tra le priorità dell'Esecutivo?

R. il legislatore deve partire da un assunto: le aziende non hanno bisogno di essere assistite, il premio che ricevono lo devono dare i clienti quando acquistano il loro prodotto. Serve invece una seria programmazione dell'indirizzo agli acquisti: invece di incentivare le aziende bisognerebbe incentivare gli acquisti verso prodotti realizzati secondo l'etica precedente, certificati da organizzazioni di consumatori che danno un marchio d'onore ai prodotti. Pensiamo all'esperienza del fotovoltaico: incentivando l'installazione attraverso il premio sulla produzione di energia si sono creati gruppi di acquisto e installazione di pannelli che prima di stipulare contratti si sono informati approfonditamente del fornitore, della qualità dei pannelli scelti, dei luoghi di produzione degli stessi, delle loro certificazioni, delle potenze installate e delle effettive necessita di potenza installata, dei luoghi più appropriati per l'installazione. Insomma sono stati l'esempio più significativo di questi anni verso una democratizzazione delle scelte d'acquisto con ricadute fantastiche sulle comunità che le hanno maturate. Esempi eclatanti si trovano in moltissime città o paesi italiani.

Per saperne ancora di più: Ragioniamo con i piedi!