Professione Candidato

Il "mestiere" di cercare lavoro

Scritto il: domenica, 12 febbraio 2012 - 23:38:08

Cinesizzati. Piu' oggi dai commercialisti o domani in fabbrica?

Non condivido in toto... (perché soffro troppo la dicotomia che si è creata nel mondo del lavoro tra tutelati e "fragili", tra riconosciuti e "fantasmi", tra inquadrati e "scontornati"... soffro troppo la vera oppressione delle finte libere professioni per essere altrettanto esigente riguardo all'articolo 18).

E comunque, vedo e rilancio. Sempre da Propostalavoro.com

(ps: mi piacerebbe che dicessero la loro i tanti che manco si accorgerebbero che l'art. 18 è stato toccato...)

 

Un contratto precario ci seppellirà

di Danilo Sanna

Un contratto precario ci seppellirà

L’assalto all’articolo 18 ha questo unico e semplice obiettivo: cinesizzare il lavoratore italiano e seppellire i suoi diritti. Perchè, diciamoci la verità, il punto di forza della superpotenza economica dei nostri giorni è un livello di costo del lavoro terra terra, grazie ad un sistema semi-schiavistico. Secondo gli industriali e i governi (tanto il vecchio, quanto l’attuale, con il colpevole silenzio/assenso delle opposizioni di ieri e oggi) solo in questo modo potremo portare il Paese nell’olimpo dell’economia mondiale.

 

Ovviamente rinunciando a cosucce da niente come la possibilità di non essere licenziati perchè si è cagionevoli di salute, perchè si è antipatici al capo, perchè si resta incinte o perchè si è troppo vecchi. Oppure alla possibilità di andare sul posto di lavoro senza aver paura di restarci secchi (fermo restando che siamo uno dei Paesi europei con il più alto numero di morti bianche) e senza dover sopportare turni massacranti. Nessuno mette in dubbio le difficoltà economiche attuali, ma davvero servono tre anni di precariato per capire se una persona è un buon lavoratore o un fannullone? Davvero è necessario abbassare gli stipendi ai famigerati mille euro per garantire la competitività di un’azienda? Davvero è necessario che i lavoratori rinuncino ai loro diritti e al loro futuro per garantire il buon andamento dell’economia nazionale?

Nonostante le tiritere che si sentono in tv e si leggono sui giornali, non esiste nessuna relazione tra maggior precariato e minor disoccupazione. Esiste invece, basta guardare fuori dalla finestra, la relazione tra maggior precariato e insicurezza sociale: il precario dipende dal sostegno familiare, non avendo le forze per crearsi un proprio nucleo familiare; pesa sui bilanci dello Stato (sussidi di disoccupazione e altre forme di sostegno al reddito); non potendo spendere, non favorisce in nessun modo lo sviluppo nè la crescita economica. La dimostrazione è presto data: dall’introduzione delle forme di lavoro precario (dal pacchetto Treu del 1997 alla legge Biagi del 2003) di quanto è migliorata la situazione socio-economica del nostro Paese? I salari sono fermi al palo da decenni, la disoccupazione è esplosa, le tensioni e i disagi sociali sono aumentati. La crisi economica (nata nel 2008) non ha fatto altro che insaprire il tutto.

Perchè insistono, allora, a voler seguire questa strada? Perchè il precario è l’agnello da sacrificare sull’altare del profitto. L’unico modo, per le aziende italiane, per risollevarsi è investire in ricerca e sviluppo, cosa che non fanno: le PMI perchè non hanno i fondi necessari, le grandi multinazionali perchè trovano più semplice e veloce ricorrere ai licenziamenti, per abbattere i costi e restare competitive. Dove ci ha portato questo modo di fare economia, lo vediamo e lo viviamo oggi; continuare su questa strada finirà per distruggere il tessuto sociale del Paese, seppellendo tutto e tutti sotto un contratto precario.