Professione Candidato

Il "mestiere" di cercare lavoro

Scritto il: mercoledì, 22 febbraio 2012 - 18:21:09

Nausee da clausola

La polemica è scoppiata qualche giorno fa, quando il coordinamento dei giornalisti precari romani "Errori di Stampa" ha portato a pubblica conoscenza (mediante una lettera aperta al Direttore Generale della RAI, Lorenza Lei) l'esistenza di quella che è stata ribattezzata la "clausola maternità" nei contratti RAI per le collaboratrici... "autonome".

Noi ci riagganciamo ai nostri post dei giorni scorsi sulla "questione femminile" (vedi anche: Madri lavoratrici negoziano e UE e Governi nazionali; la priorita' e' il lavoro. Al femminile il telelavoro!) per sottolineare ancora una volta come il vero problema non sia solo quello di non veder discriminate le lavoratrici donne (quanto alle lavoratrici dipendenti, la normativa italiana, se onestamente applicata, può ritenersi sufficientemente tutelante), bensì quello che siano ancora una volta le precarie a finire per essere, oltre che lavoratrici discriminate, anche donne discriminate.

Il vero dilemma, infatti, deriva dal fatto che la clausola vessatoria - che tanto fa parlare di sé - sia relativa ai contratti stipulati da un'Azienda come la RAI con lavoratrici considerate "libere professioniste" e che, invece, di libertà non sperimentano nemmeno più quella personale... In questo contesto, non paiono pertinenti le risposte rigide delle dirigenze sindacali, Camusso e Bonanni in testa, che riprendono anche il discorso sulle già da noi considerate "dimissioni in bianco", altrettanto gravi, per carità, ma che riguardano un comportamento illegale nei confronti di lavoratrici che dovrebbero essere assunte a tempo indeterminato e, come tali, garantite e tutelate nel loro percorso di scelta procreativa.

Qui la questio è dunque che, nel contratto con una vera libera professionista, potrebbe anche essere sensato che, se la libera professioniosta in questione non può più "liberamente professionare" a causa del proprio stato interessante (o di altre condizioni ugualmente considerate "impedienti"), la Committenza possa decidere di risolvere il contratto medesimo. In sé ci può stare... E pertanto il problema è doppio: la prima metà è che la gravidanza sia considerata causa impediente per cui lecitamente risolvere un contratto, ok; ma soprattutto, la seconda metà è che le lavoratrici che sottostanno a un contratto di questo tipo sono in realtà pseudo-dipendenti che fanno vita da dipendenti ma sono così deboli che è "logico e conseguente" che il contratto che stanno firmando contenga una limitazione di tal segno. Perché, in effetti, non è un contratto, non è un'assunzione, non c'è nessun impegno o tutela nei loro confronti da parte dell'Azienda (che pure pretende da loro continuità, fedeltà e "abnegazione")... è un bieco: se fai quello per cui ti ho promesso di pagarti, ti pagherò (poco o tanto, questo è un altro punto ancora), se non lo fai, ciccia. Punto. Come se si trattasse di entrare in bottega: hai quello che cerco, sì? bene, quanto ti devo, non ce l'hai? amici come prima e arrivederci...

Riesco a farmi capire? Prima ancora del fatto che possano o non possano decidere di avere figli, queste lavoratrici non vedono riconosciuta alcuna altra continuità, alcun diritto, nella loro relazione con la Committenza... uguale sarebbe se si ammalassero o se si ammalasse gravemente un loro parente... niente malattia, niente aspettativa, niente di niente di niente. E quindi nessuna libertà...

E' illuminante, in tal senso, il post della collega Silvia Bencivelli, nell'imperdibile blog omonimo: lei, che è proprio una voce dall'interno, fa una distinzione che può suonare antipatica. Antipatica e poco "user friendly" come quello che ho appena scritto io: e le risposte dei suoi lettori sollevano parecchi dubbi sul fatto che quello che lei voleva dire sia stato inteso pienamente...

Prima ancora che nel diritto alla maternità delle donne, i contratti "ultraleggeri" di cui parlano quelli di Errori di Stampa, ci negano tutti, uomini e donne, più o meno giovani.

Ci negano come persone.