Professione Candidato

Il "mestiere" di cercare lavoro

Scritto il: mercoledì, 9 maggio 2012 - 09:56:47

L'apprendistato: ultime dichiarazioni del Ministro Fornero

Un po’ di storia

 

L’apprendistato è un rapporto di lavoro, il quale ha una lunga storia che affonda le radici addirittura nell’epoca rinascimentale.
Tale rapporto di lavoro viene stipulato tra il datore di lavoro e l’apprendista; quest’ultimo è un dipendente a tutti gli effetti, ma a differenza degli altri lavoratori egli è “senza esperienza” e per tale motivo viene assunto dall’azienda a condizioni contrattuali inferiori in cambio di una formazione specializzata tale da garantirgli la crescita professionale e l’esperienza necessaria per considerarsi un lavoratore o un professionista a tutti gli effetti.
Esiste accanto a questo tipo di apprendistato lavorativo, l’apprendistato formativo, quello cioè facente parte di un apprendimento tecnico-professionale inerente a specifici Istituti di formazione professionali.

In definitiva, abbiamo tre tipologie di apprendistato:

- L’apprendistato per l'espletamento del diritto-dovere di istruzione e formazione.
- L’apprendistato professionalizzante.
- L’apprendistato per l'acquisizione di un diploma o per percorsi di alta formazione

La prima regolamentazione del contratto di apprendistato risale al 1955, con la Legge n. 25 del 19 gennaio, la quale introduceva gli sgravi fiscali a favore del datore di lavoro.
Dobbiamo arrivare al 1997, cioè al cosiddetto “Pacchetto Treu” (Legge del 24.06.1997 n. 196), per assistere ad un’ampia riforma dell’istituto contrattuale dell’apprendistato, la quale entrò nel merito della formazione da impartire all'apprendista e introdusse, per la prima volta, la "formazione esterna" all'azienda, delegandone il coordinamento alle Regioni.
Nel 2003 arriviamo all’articolazione dell’apprendistato nelle tre tipologie sopra indicate, tramite il  Decreto legislativo 10.09.2003 n. 276, che è il decreto attuativo della cosiddetta Legge Biagi (Legge 14 febbraio 2003, n. 30).

Qui
potete leggere il testo integrale della “Legge Biagi”.


Ultimi pronunciamenti del Ministro Fornero sulla riforma dell’apprendistato

In occasione del convegno Io lavoro con l’apprendistato, promosso dall’Assessorato al Lavoro e alla Formazione Professionale di Torino, svoltosi il 7 maggio al Centro Congressi a Torino, il Ministro Fornero è intervenuto sul tema con alcune dichiarazioni che hanno inevitabilmente scatenato la reazione di molti. Ma vediamole da vicino.

La prima affermazione scottante è stata: "Stanno cambiando le regole, le istituzioni, ma dobbiamo cambiare mentalità e comportamenti. Senza un cambiamento anche questo disegno di legge sulla riforma del mercato del lavoro, che mi auguro che il Parlamento approvi al più presto, resterà sulla carta. Nessun cambiamento di regole è utile se non è accompagnato dalla consapevolezza che qualcosa non ha funzionato".
La mentalità che deve cambiare è quella degli imprenditori e dei datori di lavoro i quali per troppi anni hanno approfittato degli sgravi fiscali e di tutte le agevolazioni possibili riguardanti l’apprendistato per fare più che altro i propri interessi e gli interessi dell’azienda, senza preoccuparsi realmente della formazione dei giovani. È noto che in moltissimi casi i giovani vengono assunti come apprendisti non tanto per essere formati (o comunque sulla formazione si investe il meno possibile), ma perché costano meno e non si devono necessariamente assumere.
La Fornero ha affermato chiaramente: “La logica di utilizzo che ha prevalso è stata quella dell'ingresso flessibile a costi più bassi. È questa mentalità che deve cambiare”.

La seconda affermazione, ancora più scottante della prima è: “I nostri giovani sanno troppo poco. Non conoscono le lingue, l'italiano compreso e neanche i rudimenti della matematica. Non sanno fare di conto”.
Ha citato poi alcuni dati sui giovani:
- nella fascia d'età fra 18 e 24 anni, quelli con titolo di scuola media inferiore e non inseriti in altri percorsi formativi, la media europea è del 14%, in Italia del 18,8%, in Spagna dell'11% e in Francia del 12%.
- nella fascia d'età 30-34 anni, quelli che hanno un titolo universitario, la media europea è del 33,6%, in Italia 19,8%, in Francia 43,5%, in Spagna 40%, in Germania 30% e nel Regno Unito 43%

Questi dati e le affermazioni sintetiche del nostro Ministro sono stati sufficienti per suscitare la solita reazione indignata di chi vuole difendere l’ignoranza, come fosse un principio di dignità umana, anziché riconoscere i reali limiti del nostro Paese e di molti dei nostri giovani.
Basta infatti solo parlare con genitori e insegnati per rendersi conto di quanto il livello di difficoltà scolastica sia preoccupante. O basta parlare con alcuni volonterosi universitari e laureandi o neo-laureati che danno ripetizioni ai ragazzi delle Medie Inferiori per rendersi conto che molti di questi arrivano in Terza Media riuscendo a stento a comporre un tema di due pagine e per i quali la matematica e la geometria sono tra le materie più ostiche e incomprensibili. Oppure basta visionare le prove Invalsi o i dati Ocse.
Queste lacune “strutturali” dei ragazzi/e si trascineranno poi alle Superiori e anche all’Università.

Prima di scagliarsi contro il Ministro, con le solite accuse di voler fare la professoressa, di considerare tutti degli ignoranti, ecc., occorre ammettere che il livello di istruzione e di cultura dei nostri giovani, ma non solo dei giovani, è veramente basso. Poi, certo, ci sono le eccezioni, ci sono le eccellenze, ci sono quelli di buona volontà, ma ciò non rimedia alla situazione che nel complesso ha delle percentuali che parlano da sole.

Se non si possiede abbastanza senso critico e auto-critico da ammettere che “nessun cambiamento di regole è utile se non è accompagnato dalla consapevolezza che qualcosa non ha funzionato”, come ha detto la Fornero, allora veramente le cose non cambieranno mai e soprattutto non cambieranno mai in positivo.
Io personalmente, invece, auspico una “rinascita” nel nostro Paese e nei nostri giovani; spero vivamente che la Scuola possa essere in grado e possa avere tutti gli strumenti necessari per formare giovani competenti e capaci di competere con altri giovani di altre Nazioni, perché nel mondo globalizzato il confronto e la competizione con i migliori sono imperativi stringenti.
Così come spero che le Aziende cambino mentalità e smettano di pensare unicamente a sé e a massimizzare il profitto, elementi che si bruciano in breve tempo, e, invece, si impegnino a creare un mondo diverso e migliore non solo per sé ma anche per chi verrà dopo, che è sicuramente un progetto a lungo termine e duraturo.
L’investimento sulle persone non è una perdita, se ci rendessimo conto di questo saremmo già a buon punto.

Elisa Sanacore