Professione Candidato

Il "mestiere" di cercare lavoro

Scritto il: venerdì, 20 luglio 2012 - 10:41:24

Scoraggiami, così avrò un motivo in più per farlo...

“Consiglieresti il tuo lavoro? No, ha tutti i difetti di questo mondo. Io lo faccio, ma non ci sono prospettive, meglio fare altro…”. Ce ne fosse uno che a questa domanda invece risponde: “ha tanti difetti, ma è bello e se hai la passione perché non provarci”.

Ci risiamo, ‘pessimismo e fastidio’ contro ‘Giannii, l’ottimismo vola!’

Niente da fare: è più facile scoraggiare che incoraggiare una persona.

Incoraggiare non vuol dire illudere, creare aspettative che poi non si concretizzano. Vuol dire trasmettere fiducia, aumentare l’autostima e dare una speranza.

Anche nelle interessanti interviste di Laura Chiara a vari professionisti pubblicate su questo blog tutti alla domanda diretta “consiglieresti il tuo lavoro” rispondono di no.
Mi chiedo: ma perché no? Facessi il minatore, potrei capire... Ma fai l’editor, il giornalista…Solo per fare un esempio che riguarda da vicino questo blog.

Ma se tutte queste professioni ‘sconsigliate’ esistono e servono perché nessuno dopo di loro dovrebbe/potrebbe farle?

Io azzardo: per egoismo, per paura che qualcuno possa ‘fargli le scarpe’ e per ridurre al minimo il rischio della ‘concorrenza’. E’ anche un po’ un “io ce l’ho fatta, ma non credo che anche tu possa riuscirci”.
Dai, non può essere soltanto ‘realismo’. Non può essere solo il voler fare una ‘buona azione’ mettendo in guardia gli altri dai rischi. C’è anche un po’ di soddisfazione nel dire ‘te l’avevo detto io…’ quando si verifica un insuccesso...

Quest’atteggiamento mi innervosisce. E mi fa l’effetto contrario. Se so di avere le carte in regola e se è quello che voglio fare, cresce la testardaggine e anche la forza di volontà per farlo. Così tappo le orecchie e vado avanti. Alla faccia degli ostacoli.

L’ha fatto anche questa ragazza, socia di un caseificio di Finale Emilia nel Modenese, distrutto dal recente terremoto. La storia è raccontata su Panorama dell’11 luglio. “Subito dopo la prima scossa del 20 maggio Elisa Casumaro, 28 anni, ha proposto agli altri soci della cooperativa la strategia dell’e-commerce per vendere le 42mila forme cadute dalle scalere. Molti hanno mostrato diffidenza. L’ho derisa anch’io, confessa suo padre… Ma Elisa, laureata in ingegneria gestionale con l’intraprendenza e la determinazione nel sorriso, non ha desistito. Ha lanciato il suo appello nelle caselle di posta di migliaia di italiani. Un’email dice oggi, in cui ho fatto leva sul nostro diritto e dovere di lavorare”. In due settimane ha ricevuto più di 30mila email e una gran quantità di ordini.
Il fratello all’esame di maturità ha raccontato la loro storia in una tesina, facendo un parallelismo con la storia dei Malavoglia di Verga, che invece subiscono passivamente tutte le disgrazie che si accaniscono sulla famiglia. “Davanti alle sfide della natura ci vuole coraggio – ha scritto – non rassegnazione”. Ed ha concluso con un ringraziamento “alla vita, che mi ha offerto degli ostacoli per imparare a saltare più in alto”.

E questo?
L’arciere sudcoreano cieco che ha già vinto due medaglie d’oro alle Olimpiadi e a quelle di Londra che si svolgono fra poco vuole la terza? La sua forza di volontà ha addirittura superato i limiti fisici.

Dunque…E’ meglio un ‘non ci provare nemmeno, non ne vale la pena’ o un ‘prova, comunque vada sarà un successo’? 

Con questo post ho disatteso le aspettative di una mia amica, che proprio fuori dai denti, mi ha detto che queste riflessioni non servono a nulla, perché chi cerca lavoro ha bisogno di informazioni pratiche, non di leggere aria fritta. Mi ha suggerito di andare nelle agenzie di lavoro interinale e fare come se volessi cercare lavoro attraverso loro. Poi scrivere di quello che succede.

Ci ho pensato. Ma sono giunta alla conclusione che servirebbe solo ad aggiungere frustrazione a frustrazione. Tutti quelli che cercano lavoro e passano di lì, sanno bene come funziona (o meglio, come non funziona) e come ci si sente. Il racconto potrebbe diventare un muro del pianto.

Io voglio pensare a quando finisce lo sfogo. Perché quando smetti di piangere qualcosa bisogna fare. Bisogna reagire. E se tutti offrono solo una spalla su cui piangere, ma non un motivo per smettere…

La vera rivoluzione è crederci. Smetterla di piangersi addosso, imparare dai maestri e soprattutto scoprire che nulla è impossibile. Ecco i consigli d’autore per imparare a sognare"

 

Sabrina Maio