Professione Candidato

Il "mestiere" di cercare lavoro

Scritto il: mercoledì, 17 ottobre 2012 - 09:22:51

Insoddisfatti e nemmeno rimborsati, ma fino a quando?

Ultimamente mi sono trovata ad ascoltare gli sfoghi di amici che sì lavorano e a fine mese portano a casa uno stipendio (seppur molto modesto in rapporto al ruolo che ricoprono, alle responsabilità e a tutto il corredo di competenze, conoscenze e qualifiche etc, ma questo è un altro discorso) che però si sentono insoddisfatti e frustrati dal punto professionale. “Dovresti ancora ringraziare che un lavoro ce l’hai e invece ti lamenti” è la frase ti senti ripetere da ogni parte, ed ecco quindi che scatta pure il senso di colpa. Siamo a posto…

Che fai? Tieni duro e vai avanti, ma c’è sempre quel qualcosa che invece avanti non va. Perché?
E’ una sensazione subdola, quella dell’insoddisfazione, che riaffiora in un amen. Basta una frase, la prima che il tuo capo ti rivolge un lunedì mattina qualsiasi, che avevi cominciato con il pieno di buoni propositi per la settimana. Perché quel lavoro che per lui venerdì era tutto ok, lunedì invece “non va assolutamente bene, è tutto da rifare”? Nel fine settimana sono cambiate le regole che da sempre stanno alla base del tuo lavoro e non l’hai saputo? Annuisci, rispondi “va bene”, poi tappi naso e orecchie e ricominci.

Non è tanto il dover rifare una cosa, (fà e disfà l’è tut an laurà, traduzione dialetto piemontese – italiano: il fare e il disfare creano sempre lavoro) è che la devi fare come dice lui, con le ‘sue’ indicazioni tecniche, nonostante la sua competenza in materia (e anche la sua predisposizione naturale verso questa) sia meno di zero. 

In quel momento senti salire il nervoso e vorresti dirgli che ne sai molto più di lui e che sarebbe il caso lasciasse fare a te, visto che è il ‘tuo’ di lavoro. Che magari hai le idee e sei capace di concretizzarle per portare miglioramenti, a vantaggio di tutti. Che hai studiato, che un po’ ormai sai come funziona il mondo, che ameresti di più il tuo lavoro se qualche volta fosse apprezzato e perché no, anche retribuito più dignitosamente, che potresti davvero essere una risorsa e non quello cui rifilare di tutto e di più, che stai perdendo entusiasmo, che stai tenendo nel cassetto un sacco di potenzialità inutilizzate, che sei come un Iphone5 che viene usato solo per telefonare. Che stai … per esplodere!

E poi senti quella vocina “Dovresti ancora ringraziare che un lavoro ce l’hai e invece ti lamenti” e abbassi la testa. Anche perché poi guardi la scrivania e il computer e ti rendi conto, come se ce ne fosse stato bisogno, che continuano ad aggiungerti cose nuove da fare, perché nessun altro è in grado di farle a parte te, visto che sei flessibile, ti aggiorni per i fatti tuoi, sai usare la tecnologia e guardi un po’ più in là del tuo naso (ma mai nessuno verrà a dirti queste cose) il tutto con lo stesso orario di lavoro e la stessa retribuzione base (per altezza e diviso due…).
Per quanto dovremo ancora convivere con questo ricatto morale? Fino a quando non potremo sentirci soddisfatti del nostro lavoro? Fino a quando non potremo essere noi stessi?

Quel ‘lunedì qualsiasi’ è finito ed è subito martedì. Sfoglio i giornali e trovo queste due notizie che per fortuna mi risollevano il morale: Il vero boss? Non è un dittatore e fa
gioco di squadra 

…“Perché il miglior capo, assicurano da Stanford è quello che impartisce metodo e trasferisce competenze. Insomma un lavoro di team con una guida, più che un processo gerarchico con un tiranno e dei sottoposti. E in questo team condotto da un leader degno di questo nome meglio che ci siano lavoratori ben disposti e di qualità. Solo in questo modo, dicono gli studiosi, si otterranno risultati positivi per l’azienda e che si manterranno nel tempo, ma non per sempre se il nuovo capo non è all’altezza”.


Cari ragazzi dovete sognare. Otto consigli per il
futuro.

“…non diventate cinici. I protagonisti delle moderne tristezze italiane, trent'anni fa, erano come voi: terminavano gli studi, iniziavano a lavorare, annusavano il futuro, avevano la luce negli occhi. Allora volevano cambiare il mondo. Oggi, al massimo, l'automobile. Se è di servizio, meglio.
Ripeto: voi non potete sognare, voi dovete farlo. Questo è l'unico ordine...”   

 

Sabrina Maio