Professione Candidato

Il "mestiere" di cercare lavoro

Scritto il: venerdì, 16 novembre 2012 - 10:16:50

Il "Capitale umano" che non rende

Solitamente si intende per capitale una quantità di denaro che permette di avviare un’attività, di acquistare dei beni o dei servizi, ecc.
Il che significa che quando si ha una cifra a disposizione si può scegliere cosa farne e soprattutto come farla fruttare, cioè, come guadagnare ulteriore denaro con o sul capitale investito.

Se al sostantivo capitale (quantità) ci aggiungiamo l’aggettivo umano è come dire che una quantità di persone può avviare un’attività. E se si investe su questo “capitale umano” possiamo generare altro lavoro e altri lavoratori.
Il fatto però è che i lavoratori il più delle volte sono sfruttati (e non messi a frutto) per fare lavoro (lavorare) e per far guadagnare ulteriore denaro al “padrone” del “capitale umano”.

Questo ragionamento ha un sapore marxista? Ma sono proprio gli attuali capitalisti a parlare di “capitale umano”, come se ogni aspetto della realtà fosse ridotto a “quantità”, a capitale, appunto.
Un’altra declinazione terminologica di capitale è risorsa… le “risorse umane”.
Sebbene possa sembrare che questi termini abbiano un sapore marxista, essi hanno, però, anche un sapore molto capitalista; di un capitalismo però che si riempie la bocca di termini “succulenti”, ma che alla prova dei fatti dimostra di non sapere far il proprio mestiere… cioè di far fruttare il capitale, in questo caso il capitale umano.
E così, per giustificare la propria inettitudine scarica la colpa sui lavoratori (capitale umano) accusando questi di essere improduttivi, impreparati, choosy, lavativi, pretenziosi, ecc.

Possiamo stare qui a fare tanti bei discorsi sul mondo del lavoro e su come poterci entrare, ma se il lavoro, che viene creato dalle imprese e sostenuto da adeguate leggi statali, non c’è o ce n’è solo per pochi che senso hanno i nostri bei discorsi?
Che i lavoratori e i giovani in particolare debbano formarsi a nuove professionalità, debbano sensibilizzarsi all’agenda digitale europea e italiana, debbano impostare la vita non più su un posto di lavoro fisso, ecc., questi sono cambiamenti inevitabili nell’attuale struttura economico-produttiva, ma… e qui c’è un ma grande come una casa, siamo proprio sicuri che forzando il cambiamento in questa direzione la popolazione e i lavoratori staranno meglio? Voglio dire, questa operazione farà fruttare il “capitale umano” o continuerà a sfruttarlo sempre di più?

Si parla tanto di merito, ma di quel merito stiamo parlando? Alcuni vogliono costruire una società nella quale il merito non è inteso tanto come la possibilità data a chi è bravo ma povero, ma come la vittoria di chi ha alle spalle una famiglia in grado di dare le migliori opportunità ai propri figli e dove i meritevoli poveri non sono in grado di accedere all’università perché non hanno i soldi per pagarsela, come non hanno i soldi per andare all’estero a studiare le lingue o a cogliere migliori opportunità di lavoro.
E allora di quali meriti stiamo parlando, quando si fa di tutto per abbattere lo Stato sociale, l’unico che cerca di dare opportunità a tutti (almeno nei principi), anche ai meritevoli poveri?

In definitiva, a cosa potremo mai candidarci in una società capitalistica che si rivela incapace di far fruttare il capitale umano e che da troppo tempo è abituata a sfruttare le risorse (naturali e umane) a scapito dell’ambiente e degli stessi esseri umani?

 

Elisa Sanacore