Professione Candidato

Il "mestiere" di cercare lavoro

Scritto il: lunedì, 10 dicembre 2012 - 14:38:59

Be choosy

Navigando sul sito di Corriere.it, mi ritrovo una notizia che mi fa storcere il naso e pure qualcos’altro: un’azienda italiana di successo, con sedi a New York e Shangai, si lamenta del fatto che i giovani d’oggi non hanno spirito di sacrificio né voglia di faticare.


Mi torna, così, in mente una vecchia notizia, sempre del Corriere, in cui ci si lamentava della penuria di panettieri in Abruzzo. C’erano ben 100 posti di lavoro nel settore, con stipendi di tutto rispetto (addirittura sui 3.000 € lordi al mese), ma nessuno si faceva avanti, soprattutto nessun giovane (‘stì scansafatiche!), perché il mestiere è duro e si lavora di notte. La notizia fu riportata da tv e quotidiani, fece il giro del web e magicamente, nel giro di pochi giorni, arrivarono migliaia di curriculum di aspiranti panettieri di tutte le età (anche giovani, pensa un po’) e di tutta Italia. Addirittura, sui siti che riportavano la notizia, lasciavano indirizzo e-mail e numero di telefono nei commenti, nella speranza di poter essere contattati. In molti telefonarono direttamente in Abruzzo. Ma, passato il polverone, dei famosi 100 posti di lavoro nessuna traccia, nessun annuncio di ricerca, nessuna richiesta di personale. Molti aspiranti candidati ricevettero risposte vaghe; altri si sentirono offrire proposte di lavoro con salari lontani dalla decenza, figuriamoci dai fantomatici 3.000 € mensili; la maggior parte non ricevette nessuna risposta. Insomma, la notizia si rivelò una bufala, alla faccia di centinaia e centinaia di aspiranti panettieri reali.


Ecco, leggendo che qualcuno si lamenta che i giovani non hanno voglia di faticare o di fare gli straordinari, pur sapendo che la maggioranza di loro si fa in quattro, anche se qualcuno li chiama choosy, la prima domanda che mi viene in mente è: “ti serve un lavoratore o uno schiavo”? Anch’io, facevo gli straordinari, ma senza mai esagerare, sia per non sacrificare troppo la mia vita sociale, sia perché, soprattutto, mi ero accorto che, in proporzione agli straordinari, crescevano anche le tasse in busta paga. Allora mi sono chiesto: a che serve lavorare di più, se non guadagno di più? Dov’è il mio tornaconto? Devo mettere i miei interessi in secondo piano, rispetto a quelli del mio datore di lavoro?


E’ certamente un punto di vista egoistico, ma è poi così sbagliato? Non bisogna mai e poi mai dimenticare che il mondo del lavoro è un do ut des: il datore di lavoro non mi fa un regalo dandomi uno stipendio, né mi fa un favore dandomi un’occupazione, perché in cambio riceve il mio lavoro. C’è da faticare? Nessun problema. C’è da rimanere qualche ora in più la sera? Certo. C’è da lavorare qualche sabato? Eccomi pronto. Ma, allo stesso tempo, devo ricevere il giusto trattamento salariale, non solo qualche spicciolo (nel vero senso della parola) in più da affiancare ad uno stipendio già ridotto all’osso, a malapena sufficiente per pagare le bollette e fare la spesa. Chiunque di noi mette a disposizione dell’azienda le sue braccia, il suo impegno, la sua esperienza, il suo ingegno, tutte cose che ci sono costate tempo e fatica per farle crescere. Diamogli, quindi, il giusto valore, perché svenderle significherebbe sminuire se stessi.


Danilo Sanna